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Per Europa e mercati ««ultima chiamata»

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Per Europa e mercati ««ultima chiamata»

La propaganda a favore di Brexit prima del referendum britannico voleva convincere gli elettori che con l'uscita dall'Unione europea non sarebbe successo nulla. La sterlina ai minimi da trentun anni, la Banca d'Inghilterra che deve allentare le regole sugli impieghi e 5 fondi immobiliari inglesi che sospendono le contrattazioni dimostrano che i mercati non si sono affatto convinti.

Purtroppo, il contagio ha ben presto attraversato la Manica. Se il bersaglio più facile sono stati i titoli delle banche italiane, i mercati hanno capito fin dall'inizio che il problema era europeo. La giornata di ieri mostra che per l'Europa il problema non finisce lì. Ieri sono finite di nuovo nel mirino, oltre alle banche inglesi, anche quelle tedesche e spagnole. Le dichiarazioni del presidente del Consiglio, Matteo Renzi, secondo cui il vero problema del sistema bancario europeo sono i derivati, colgono nel segno, anche se questo non deve distogliere l'attenzione da quello che si deve fare in casa, con strumenti di mercato e non. In questo caso tempestività e qualità degli interventi sono fondamentali.

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Le azioni Deutsche Bank ai minimi storici, e soprattutto le obbligazioni della prima banca tedesca di nuovo nella bufera dopo quella violenta di febbraio, confermano che i mercati stanno allargando il tiro, ben sapendo delle difficoltà di bilancio e di strategia del gruppo di Francoforte. Una volta coinvolta nuovamente Deutsche Bank, sostenere che la questione è circoscritta alle banche italiane vuol dire mancare della prospettiva necessaria per affrontare in modo deciso il problema. L'Europa è in questo stato di negazione e di irresolutezza da troppo tempo.Quali sono gli strumenti per affrontare questa crisi? Il presidente del consiglio di vigilanza della Bce, Danièle Nouy, ha sostenuto ieri che la Bce ha gli strumenti per limitare l'instabilità finanziaria, ma non per eliminarla del tutto. Da parte della vigilanza Bce stessa, la scarsa trasparenza e una politica di comunicazione quanto meno confusa non hanno certo contribuito a migliorare la situazione. A fine mese, arriverà il risultato dei nuovi stress test, che a loro volta rischiano di aggravare ulteriormente il problema. All'indomani di Brexit, Il Sole 24 Ore aveva chiesto all'Europa di svegliarsi. Quanto durerà l'attesa perché emergano atti concreti, con una comunicazione chiara ai mercati?

La vigilanza ha un compito limitato dal suo mandato e opera in una situazione in cui le altre armi sono spuntate. L’unione bancaria si compone anche di un fondo di risoluzione che non è ancora operativo, e non lo sarà per molti anni, e di una garanzia comune per i depositi che è di fatto rinviata sine die. Due delle tre gambe dell’unione, insomma, mancano all’appello e nessuno può reggersi su una gamba sola all’infinito, soprattutto in questa fase di estrema turbolenza. Ci sarebbe poi il fondo Esm, cosiddetto salva-Stati, che ha fra i suoi compiti anche la ricapitalizzazione delle banche, ma l’Europa si è data delle regole che di fatto impediscono di utilizzarlo.

Può darsi che alla fine la trattativa fra Roma e Bruxelles apra uno spiraglio a una ricapitalizzazione pubblica temporanea delle banche italiane, ma anche questa è una soluzione tampone a un problema che queste giornate post-Brexit mostrano essere più ampio.

È ora, otto anni dopo lo scoppio della prima crisi globale, che l’Europa riconosca l’esistenza e le dimensioni della crisi delle proprie banche e agisca di conseguenza. E che lo faccia in tempi rapidi. Chi si illude di essere isolato dal contagio rischia di aggravare la situazione, per sé e per tutti. Il risveglio potrebbe essere molto amaro.

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